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Weinstein è un maniaco

In questi giorni non faccio che leggere del caso Weinstein o, meglio, della pubblica gogna contro Asia Argento.
Amando il degrado come fosse una forma d’arte, non ho potuto fare a meno di tuffarmi nella lettura dei più svariati articoli di giornalisti diversamente intelligenti (tipo Feltri, per citarne uno dei più coglioni).
Questa operazione mi si è ritorta contro regalandomi la più simpatica delle cirrosi da stress.
Urge cura, quindi inizierò con la definizione di Abuso direttamente dalla Treccani:

“1. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’autorità.

2. estens. Atto che faccia uso della forza fisica per recare danno ad altri;

3. In partic., nel diritto, si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’uso illegittimo di una cosa o l’esercizio illegittimo di un potere;”

ESERCIZIO ILLEGITTIMO DI UN POTERE, quindi anche il potere di offrire un lavoro, giusto?
Chi è senza peccato scagli la prima pietra, altrimenti, alla prossima manifestazione in cui dei dipendenti, riferendosi ad un contratto firmato deliberatamente, dichiarano di sentirsi sfruttati, scendo in piazza e faccio la pipì in testa a tutti!

L’approfittare dell’insicurezza di una persona abusando del proprio ruolo di datore di lavoro è, a tutti gli effetti, un abuso.
Detto questo, il signor Weinstein è un maniaco. Weinstein è un porco. Weinstein va denunciato! WEINSTEIN! Capito? È di lui che si deve parlare, del PORCO!

“Ma poteva denunciarlo prima” dirà qualcuno, parlando dell’Argento.
Certo! Vent’anni fa non l’avreste resa il soggetto da torturare, vero?
Come 2017 anni fa non cercavano di lapidare le donne abusate da sedicenti arcangeli.
“Si ma l’Argento l’ha data per fare carriera” dirà qualcuno, uno di quelli che si lasciano sodomizzare quel che resta del loro tempo libero per uno stipendio ridicolo e restare delle nullità.
Siamo tutti mignotte, ma quando qualcuno lo fa meglio di noi rode, rode parecchio!

E mentre Asia Argento trova il coraggio di rende pubblico l’abuso (probabilmente in un momento in cui la sua personalità, più matura, le ha permesso di farlo), piccoli omini e, aimè, persino piccolisime donnine, la offendono perché pubblica foto (questa) delle sue nudità sui social. Lo fanno prendendo in causa l’abuso subito e quasi sicuramente dopo essersi fatti un seghino demotivante davanti a quella stessa foto, un seghino di quelli che ti ricordano che una donna cosi sexy non te la darà mai per intenderci.
In particolare, mentre navigavo su Instagram mi cade l’occhio su queste perle di “intelligenza”:

fabrileone: Sei proprio una brava ragazza 😂😂😂 sei proprio una persona scottata da una violenza sessuale 😂😂😂😂

giadamastria: Poi dopo dici che sei stata violentata ma guarda che foto posti🙈

o___giorgia___o: Una donna abusata non fa tutto ciò. Mi fai pena”.

Vorrei sapere se questi tre ABUSANTI, sanno cosa si provi realmente in tale circostanza.
Una donna la cui femminilità viene svilita, perché non dovrebbe sentire il bisogno di riaffermarla? Una donna abusata non teme di mostrare il proprio corpo ma lotta ogni giorno per convivere con il malessere che l’abuso le ha regalato.
Tornando al paragone iniziale, dopo un lavoro sottopagato che fate? Smettere di uscire di casa per evitare che le persone pensino che non state soffrendo abbastanza? Smettete di lavorare? Di mandare curriculum?

In fondo far sapere al mondo che è più figa di voi fa parte del suo lavoro.
Si può dire che le foto dei vostri festini, dei vostri piatti e i vostri selfie pubblicati sui più svariati social abbiano altrettanta utilità?

La verità è che le persone sono cattive, tanto quanto Weinstein, sono suoi complici perché infieriscono sulla vittima, non è certo lei la complice per aver evitato per vent’anni questo massacro!

Ed ora che ho detto la mia, mi sento meglio.
Chissà se si sentono meglio anche i tre commentatori di Instagram o quel diversamente intelligente di Feltri che tanto stimola la mia bile.

A. Pina

A. Pina

Operaia specializzata in produzione di miele di amenità, vivo e lavoro reclusa in un monoalveare a causa di un istinto suicida che mi porta all’irrefrenabile bisogno di pungere ogni umano che incontro.
Lascio qui, sull’Apinacoteca, le mie memorie d’esiliata.