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L’arte di trattare le donne

Cosa può esistere di più divertente della filosofia?
Soprattutto quando a far ridere è la serietà con la quale il pensatore in questione espone la sua riflessione assurda e, molto spesso, mero frutto di nevrosi.
Tra i miei filosofi prediletti c’è, ovviamente, chi di cazzate ne ha dette tante. Uno su tutti: Schopenhauer.
Avvicinatami a lui per affinità misantropa e pessimista, scopro la sua modernissima misoginia in “L’arte di trattare le donne”, saggio edito per la prima volta nel 1851, quando le donne erano così sceme che nemmeno andavano a votare (o forse dovrei dire che non era loro permesso?).

La lettura di questo breve saggio è consigliata agli amanti dell’adrenalina e delle forti emozioni, considerando il livello di nervoso a cui può portare con certe affermazioni e la conseguente confusione che provoca con improvvise e condivisibili perle di saggezza.
Di questi tempi in cui si giustifica con l’amore ogni truce femminicidio, come non essere d’accordo con l’affermazione “L’amore è come la fede, non si può ottenere con la forza”?
E come non desiderare di dar fuoco al libro, sperando non abbiate comprato un ebook, leggendo che “Le donne hanno sempre bisogno di un tutore; perciò in nessun caso dovrebbero ottenere la tutela dei figli”.

Di sicuro è un libro che fa il suo mestiere: dà da pensare.
Sul finale viene persino il sospetto (o la speranza) che sia stato scritto con intenti sarcastici. Povero Arturo, in fondo lui odiava tutti e non solo le donne. Ma poi perché non perdonarlo? Ai suoi tempi non era certo la stupidità delle donne a negare loro il diritto di voto.
Chi altri, poi, ha mai spiegato con tanta chiarezza un fenomeno così attuale come quello della spopolante moda della barba lunga?

“La barba, essendo quasi una maschera, dovrebbe essere proibita dalla polizia. Inoltre, come distintivo del sesso in mezzo al viso, è oscena e per questo piace alle donne”;
Che modo elegante per affermare che le donne preferiscono le teste di cazzo!

A. Pina

A. Pina

Operaia specializzata in produzione di miele di amenità, vivo e lavoro reclusa in un monoalveare a causa di un istinto suicida che mi porta all’irrefrenabile bisogno di pungere ogni umano che incontro. Lascio qui, sull’Apinacoteca, le mie memorie d’esiliata.